Social Risk, leggi e provvedimenti: a che punto è l’Italia? [Report Completo]

Il 92,6% degli adolescenti trascorrono le giornate con il telefonino in mano, conoscono il sexting e oltre il 50% ha subito azioni di bullismo e/o cyberbullimo. Sulla base di queste informazioni, l’Italia come si approccia ai social Risk dei giovanissimi “always connected”?

A tracciare un quadro dettagliato è il Gruppo CRC, Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, nel 9° Rapporto di monitoraggio sull’attuazione della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza nel nostro Paese (2015- 2016).

Lo studio evidenzia i profondi cambiamenti nelle dinamiche relazionali e in quelle identitarie. “Quella attuale è, infatti – secondo i dati Istat – la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’esperienza connaturata alla quotidianità”.

Ma di fronte ad un consumo, vertiginosamente in aumento, del web salgono di contro anche i social risk – rischi online- , “derivanti da un uso non consapevole e responsabile delle tecnologie digitali da parte di bambini/e, ragazzi e ragazze”.

Ma in Italia cosa stiamo facendo per marginare e prevenire i cosiddetti Social Risk?

Ecco tutti i provvedimenti adottati e in corso di adozione, inseriti all’interno del monitoraggio della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.  

LUGLIO 2015 – La Camera dei Deputati ha reso pubblica la Dichiarazione dei diritti in Internet in cui si afferma il pieno riconoscimento di libertà, eguaglianza, dignità e diversità di ogni persona e si riconosce l’importanza di garantire tali diritti anche online. Tale dichiarazione però non prevede alcuna misura o attenzione specifica per le persone di minore età, né individua responsabilità e doveri del mondo adulto in tal senso. La CRC specifica che “l’infanzia ha diritto a misure speciali di protezione e di assistenza” e che “occorre preparare appieno il fanciullo ad avere una vita individuale nella società”.

Le necessità dei ragazzi – si legge- sono complesse: devono poter sviluppare le competenze digitali necessarie ad affrontare i cambiamenti che essi stessi contribuiscono a determinare, sia nelle pratiche relative all’apprendimento, sia negli altri contesti quali la casa, la scuola, i momenti di divertimento e di partecipazione sociale.

E proprio in materia di competenze digitali, già nel 2006, il Parlamento e il Consiglio Europeo hanno riconosciuto l’acquisizione delle competenze digitali come una delle otto principali abilità che ogni cittadino europeo deve avere e la definizione di “competenza digitale” è fornita dalla Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio Europeo del 18 dicembre 2006.

Punto 4 (Competenza digitale) della Raccomandazione 2006/962/ CE del Parlamento Europeo e del Consiglio Europeo, relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente:

 “La competenza digitale presuppone una salda consapevolezza e conoscenza della natura, del ruolo e delle opportunità delle TIC nel quotidiano, nella vita personale e sociale come anche nel lavoro; le abilità necessarie ad usare le TIC a sostegno del pensiero critico, della creatività e dell’innovazione e l’attitudine ad utilizzarle in modo responsabile”.

È in questa direzione che si iscrive un’importante misura prevista dalla Legge 107/2015, conosciuta come la “Buona Scuola”: il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), definito “il documento di indirizzo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per il lancio di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana e per un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale”.

All’interno del 9° Rapporto, ad ogni modo, c’è scritto: “Le principali criticità sono da rilevarsi nel rischio che il documento rimanga in alcune sue parti solo una dichiarazione d’intenti e nel rischio che non tutte le scuole possano essere già in grado di coglierne le opportunità (creando così un pericoloso divario). L’attuazione di alcune azioni è demandata alla costituzione di Tavoli di cui non si conosce lo stato dei lavori e talune azioni non hanno (o non hanno ancora) copertura finanziaria. L’attuazione della maggior parte della azioni è da richiedersi da parte delle scuole con la procedura del bando e alcune azioni presentano una copertura esigua per assicurarne la piena diffusione. Taluni aspetti sembrano essere presentati in modo semplicistico, rispetto alle implicazioni inerenti la loro attuazione”.

Le istituzioni e il Miur si sono attivate con campagne e azioni volte a prevenire il fenomeno, in particolare con la pubblicazione delle Linee di orientamento per azioni di contrasto al bullismo e al cyberbullismo, presentate il 13 aprile 2015. Il documento è stato elaborato attraverso un percorso consultivo e prevede, tra le altre cose, una riorganizzazione della governance, un maggior coinvolgimento delle scuole e un investimento annunciato di due milioni di euro. In merito, occorre dunque verificare la loro attuazione, nell’auspicio che venga realizzato un solido sistema di monitoraggio e un piano di valutazione della sua efficacia. Occorrerà inoltre monitorare che tutte le attività previste vengano implementate, in particolare, in merito alla riorganizzazione delle funzioni degli Osservatori regionali permanenti sul bullismo, che dovranno confluire nei Centri Territoriali di Supporto (CTS), costituiti sia presso gli Uffici Scolastici Regionali, sia presso le articolazioni territoriali.

È importante segnalare che sono in discussione alcune proposte di legge in materia di bullismo e cyberbullismo: le Commissioni riunite di Giustizia e Affari Sociali della Camera sono al momento impegnate nello sforzo di esaminare e ridurre a un unico testo le iniziative legislative che si sono susseguite nel tempo, subito dopo la Proposta di Legge n. 3139 (1261 B). Alcune di queste proposte prevedono l’introduzione di norme penali per una fattispecie di reato relativa al solo cyberbullismo.

“Come analizzato nell’8° Rapporto CRC, si segnala con urgenza la mancata revisione e aggiornamento del Codice di autoregolamentazione TV e minori, attesa dal 2008 e avvertita come impegno prioritario dell’attuale Comitato di Applicazione Codice Media e Minori, al fine di adeguarlo alle trasformazioni profonde avvenute nel contesto di riferimento nel decennio di vigenza del Codice. Infine, spiace rilevare che, nonostante la sua denominazione, lo schema provvisorio del Codice Media e Minori non affronta, neppure in termini programmatici, le questioni connesse alla diffusione dei nuovi Media, almeno per ciò che riguarda le correlazioni con la programmazione televisiva. Per esempio, l’estensione della programmazione televisiva sui portali Web delle emittenti richiederebbe di individuare misure di autoregolamentazione per la tutela dei minori adeguate alla nuova piattaforma, in considerazione del fatto che sul web hanno scarsa efficacia misure che adottano il sistema delle fasce orarie”.

Pertanto il Gruppo CRC raccomanda:

Al MIUR di dare piena implementazione al PNSD, assicurando la copertura finanziaria per tutte le Azioni, supportando le scuole nell’accesso ai finanziamenti, rendendo operativi i Tavoli di lavoro responsabili delle linee di indirizzo ancora da istituirsi; inoltre raccomandiamo di assicurare il monitoraggio e la valutazione dell’intero Piano, in quanto le risorse per il monitoraggio del primo triennio non sono state precisate al momento della pubblicazione del Piano stesso e sono da individuarsi nell’anno 2016 (cfr. Azione 35);

Al Parlamento di approvare una proposta di legge a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo, che privilegi aspetti preventivi e mantenga davanti alla magistratura specializzata minorile, in particolare al Pubblico Ministero minorile, la competenze penale, amministrativa e civile della responsabilità genitoriale;

Al Governo e al MISE di approvare in tempi brevi il nuovo Codice Media e Minori e di attivare adeguate campagne informative e attività formative che siano di reale supporto alle famiglie.

Intanto la regione Lazio e Lombardia hanno già varato una legge contro il fenomeno del cyberbullismo.

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