Quando la vergogna ti blocca, ecco cosa bisogna fare

vergogna

La vergogna è il motivo principale che spinge gli adolescenti, e non solo, a non raccontare di essere vittime di bullismo o cyberbullismo e quindi a non denunciare. Spesso si chiudono in se stessi e non lasciano trasparire alcun segnale di malessere.

psicologo

Cosa fare quando la vergogna ti blocca? Un suggerimento importante, rivolto ai genitori, è quello insegnare ai figli a verbalizzare le proprie emozioni. Daniele Armetta (nella foto), psicologo e presidente centro studi internazionale Metaintelligenze onlus, spiega, attraverso alcune domande, cosa fare e come superare il disagio, specie quando non permette di denunciare i bulli o i cyberbulli.

Quale meccanismo mentale trattiene le vittime di bullismo e cyberbullismo dal denunciare, fino a reprimere, i propri malesseri?

Premettendo che ciascun individuo vive le esperienze di vita in maniera assolutamente soggettiva, in condizione di forte stress, come nel caso di eventi di bullismo, le emozioni intense che ne derivano possono condizionare drasticamente una presa di decisione e creare situazioni di stallo. Alcuni ragazzi vedono la denuncia come un atto di debolezza, altri ancora temono il rischio di una possibile ritorsione. Entrambi i casi “alimentano” forti emozioni di vergogna e di  paura.

In tante occasioni le vittime, di qualsiasi età, hanno dichiarato di non aver parlato a nessuno del problema per VERGOGNA. Potrebbe spiegare in cosa consiste questo sentimento?

A dispetto di quanto si possa pensare, la vergogna è un’emozione molto utile perché ci aiuta a riconoscere e a reagire efficacemente ai fallimenti che riguardano le norme sociali. Quando, però, il senso di vergogna provato diventa particolarmente intenso e risulta collegato a convinzioni scorrette, rischia di limitare e inibire eccessivamente la condotta. Nel caso della vittima di bullismo (o cyberbullismo) la vergogna è connessa, spesso, alla falsa credenza secondo cui il non riuscire a difendersi da un’aggressione subita e doverlo raccontare agli adulti viene associato ad una profonda debolezza psicologica. Questo viene vissuto come un “attacco al sé” (autostima) che per molte persone è considerato un dolore maggiore rispetto all’aggressione stessa. Ecco perché alcune vittime di bullismo preferiscono non denunciare e subire ripetuti atti di violenza, proprio per evitare la vergogna di essere considerati ragazzi deboli.

Quale chiave di lettura un genitore deve dare per poter individuare questo blocco nel proprio figlio?

Non è semplice individuare una sofferenza nascosta, soprattutto tra gli adolescenti. Alcuni segnali non si manifestano con chiarezza e sfuggono facilmente all’attenzione dell’adulto, come quando tornano da scuola particolarmente tristi o agitati nonostante dicano che vada tutto bene, quando evitano improvvisamente luoghi frequentati da tempo, quando manifestano improvvisa difficoltà ad addormentarsi o mostrano frequenti segni fisici come lividi o escoriazioni.

Cosa fare una volta individuato? Quali strumenti psicologici bisogna fornire ai propri figli per potersi difendere dall’attacco dei bulli e cyberbulli.

I genitori, innanzitutto, per proteggere e prevenire il disagio dei propri figli dovrebbero insegnare a verbalizzare le proprie emozioni e a esprimere il disagio psicologico e fisico attraverso modalità mature. Tutti i ragazzi hanno bisogno di adulti che li aiutino a gestire emozioni intense e spesso contrastanti, che li sappiano contenere e nello stesso tempo che possano insegnare, concretamente, strategie per difendersi dalle situazioni di pericolo. Provare a mostrarsi più sicuri di sé, determinati, rispondendo con fermezza e assertività, non mostrando la paura all’aggressore, ignorando alcune forme di provocazione sono, ad esempio, alcune strategie che possono allontanare il bullo che si nutre, proprio, delle insicurezze e delle paure altrui. Un atto violento, spesso, è un messaggio confuso imposto all’altro per sfuggire alla propria sofferenza.  È necessario, infine, trasmettere il messaggio che denunciare una violenza non è segno di debolezza ma di forza e di coraggio. Del resto, in una società civile, gli adulti stessi si rivolgono alle autorità quando subiscono un’aggressione

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