Quando è bullismo e quando è criminalità? La precisazione del ministero

Ogni giorno le cronache riportano episodi di bullismo sparsi in tutt’Italia. Ma siamo sicuri che si tratti sempre di bullismo? Il fenomeno, infatti, non definito secondo una legge a differenza del cyberbullismo, ha delle connotazioni ben precise, che spesso vengono fraintese.

Ultimamente qualsiasi episodio, anche quello più violento, viene indicato come bullismo. Ma qual è dunque il filo sottile che separa il bullismo e, ad esempio, l’aggressione a mano armata? Già nel 2009 il Miur, ministero dell’Istruzione, in un protocollo d’intesa con il ministero delle Pari Opportunità, ha istituito la Settimana Contro la Violenza, nel mese di ottobre.

Il protocollo ministeriale affida alla scuola e tutta la società civile il compito di rimuovere ogni forma di intolleranza, compreso il bullismo, che rientra tra le schede informative dei lavori.

Ma cos’è il bullismo? E su un dato di fatto la società sembra essere compatta: il bullismo è sempre esistito. Ma cos’è cambiato adesso?

“Per bullismo – si legge in Famiglia e Scuola: un patto per la cittadinanza, a cura del Miur-  s’intende un’azione di prepotenza e di prevaricazione, fisica o psicologica, ripetuta nel tempo e messa in atto da una persona più forte nei confronti di una più debole, che non riesce a difendersi”.

Il bullismo sin dall’origine avviene tra coetanei.  “Si tratta di un fenomeno complesso e vario. Come fare dunque a riconoscerlo?”

Perché si possa parlare di bullismo è necessario, dicono dal Miur, che siano soddisfatti alcuni requisiti:

  • I protagonisti sono sempre bambini o ragazzi
  • Gli atti di prepotenza o aggressione sono intenzionali
  • C’è persistenza nel tempo
  • La vittima non sa, non riesce o non può difendersi, è isolata e ha paura di denunciare gli episodi di bullismo perché teme vendette.

“Il termine si riferisce al fenomeno nel suo complesso e include comportamenti del bullo, quelli della vittima e di chi assiste: anche i bambini e gli adolescenti che assistono, infatti, hanno un ruolo molto importante, potendo con il proprio comportamento incoraggiare o contrastare gli atti di bullismo. Al centro del bullismo, insomma, c’è la relazione tra i ragazzi nel suo insieme”.

Va precisato, che il bullismo è qualcosa di diverso dalla conflittualità fra coetanei ed è anche diverso dagli altri episodi di violenza che possono accadere in una comunità.

Qualche esempio: se due ragazzi si prendono in giro, ridono e si divertono insieme, quello che fanno non è bullismo, è uno scherzo, un gioco. Se due ragazzi discutono, litigano o fanno la lotta non è bullismo: si tratta infatti di una condizione occasionale, che non si ripete nel tempo e non c’è disequilibrio nel loro rapporto.

Tutti questi comportamenti, in cui c’è un livello di aggressività ma in cui c’è una relazione paritaria tra ragazzi coinvolti, non sono bullismo. Al contrario, se ci sono disparità nel rapporto, persistenza nel tempo e intenzionalità nella prepotenza o nell’atto violento siamo di fronte al bullismo.

Nell’ordinamento giuridico italiano non esiste il reato di bullismo.

IMPORTANTE ⇒  “Il bullismo e i reati non vanno confusi tra loro: il bullismo è una forma di prevaricazione ripetuta nel tempo che avviene all’interno di una relazione in cui uno/più soggetti dominano su un altro; i reati invece sono atti che violano le norme giuridiche”.

“Comportamenti non classificabili come il bullismo sono quindi tutte le azioni particolarmente gravi che per la legge italiana costituiscono reato e sono punibili nei ragazzi di età superiore ai 14 anni: attaccare un coetaneo con coltellini o altri oggetti pericolosi, rivolgere minacce pesanti, procurare ferite fisiche gravi, rubare, compiere violenza di natura sessuale rientrano nella categoria reati e non possono essere definiti bullismo”.

“Può accadere, però, che durante episodi di bullismo, come succede talvolta anche durante un litigio, si verifichino reati”.

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E allora a questo punto partito come un atto di bullismo il fenomeno si è trasformato in un vero e proprio reato. Imparare a separare i fenomeni, a partire dalla definizione, è oggi più che mai fondamentale, alla luce dei tantissimi episodi di aggressione ad opera di minori nei confronti anche degli adulti, in particolare degli insegnanti.

Intanto all’indomani dell’aggressione che ha visto coinvolti diversi professori in una nota la ministra Valeria Fedeli afferma: “Minacce e offese a docenti da parte di studenti sono inaccettabili ed è necessaria una linea rigorosa nelle sanzioni. Chi infrange le regole, chi ricorre alla violenza verbale o fisica nei confronti di professoresse e professori va sanzionato secondo le norme vigenti, che prevedono la sospensione dalle lezioni per periodi di tempo diversi a seconda della gravità delle azioni compiute e, nei casi più gravi, anche la non ammissione allo scrutinio finale”.

Inoltre la Ministra Fedeli, in merito ai video diffusi in rete in cui si vedono studenti che minacciano e aggrediscono verbalmente i propri docenti aggiunge: “Di fronte a immagini come quelle che ci arrivano da Lucca o da Velletri bisogna reagire con fermezza. Applicando le norme esistenti anche nei confronti di chi riprende con smartphone e diffonde simili video per ironizzare e umiliare il proprio professore”.

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