I bulli? “Adesso mi chiedono l’amicizia su Instagram”. Una storia vera di bullismo

Insultata, derisa e umiliata dai bulli, suoi coetanei. Questa è la storia vera di bullismo raccontata da Martina, che a distanza di anni si emoziona ancora nel ricordare il male che ha dovuto subire dai compagni di scuola e senza nemmeno sapere il perchè.

Martina (nome di fantasia) racconta per la prima volta, davanti ad un pubblico e forse anche a se stessa, la sua storia. La sua voce a tratti trema e le sue mani si muovono in maniera confusa accompagnando un racconto che effettivamente di ordinato ha ben poco.

Lei è stata vittima di bullismo. “Per me – afferma Martina – era normale pensare che subire atti di bullismo fosse una prassi, cioè che i compagni di classe insultassero fino a picchiare. Io non avevo termini di paragone, pensavo che la scuola funzionasse così e che quindi dovevo subire senza farmi troppe domande”.

Ma a volte i compagni ci andavano giù pesante e la normalità diventava un dolore infinito dentro l’anima e il cuore di Martina. Ai genitori non diceva niente,in fondo pensava: “Se questa è normalità perché raccontarla?”. Martina stava sola, con le cuffie e le sue lacrime.

Adesso Martina è più grande, e non solo anagraficamente, e la sua storia di bullismo sarà la forza per tanti. Lei sin da subito ha cercato di studiare e di capire le dinamiche dei gesti compiuti dai suoi bulli e ha quasi perdonato la loro leggerezza, ma non il male inflitto.

“Quando ho appena cominciato il primo anno di scuola superiore– racconta  la ragazza- ho avuto occasione d’imbattermi in tre ragazzi della mia classe precedente, loro nel vedermi non hanno fatto altro che schiamazzare e chiamarmi da un capo della strada all’altro, io per risposta me ne sono andata a casa, senza degnarli di uno sguardo e con la musica a palla del telefono nelle orecchie. Quei tre ragazzi non li ho mai più rivisti (fino ad adesso)”.

Inoltre ricorda Martina:“Ho avuto occasioni di incontrare anche altri miei compagni che non vedevo da molto tempo nel mio quartiere, ma né io ho salutato loro né loro hanno salutato me solitamente, chi per noncuranza, chi per antipatia, ma dubito fortemente che tra di loro ci sia qualcuno che lo faccia per vergogna”.

“Dal mio canto io non li ho salutati un po’ perché mi sembrava fosse una sorta di ripicca, un po’ per non fare la figura della stupida nel caso non mi avessero risposto (quando eravamo compagni di classe veri e propri era capitato). Inoltre un po’ mi vergognavo ed avrei voluto essere trasparente o incenerirli con lo sguardo da quel vetro che mi aveva sempre separato da loro nel male. Penso che se li vedessi ora brucerebbe ancora il ricordo di quello che mi hanno fatto e l’umiliazione che ho subito, ma li saluterei probabilmente per fargli capire che io esisto e anche se con fatica sto riuscendo a raccogliere e riattaccare i pezzi di quell’immagine, che loro avevano frantumato e scheggiato”.

“Sul mio profilo Instagram mi è capitata qualche richiesta di amicizia di alcuni di loro, richiesta che con non poche esitazioni ho accettato e molto spesso mi è capitato di trovare i loro like su alcune mie foto. La cosa mi ha dato molta soddisfazione, anche se mi ha dato anche un lieve impulso di cambiare le foto. Mi sembrava che i loro like in qualche modo le avessero quasi macchiate o deformate. Comunque quelle foto sono ancora lì come segno non di una vittoria, ma di uno spiraglio di luce nel buio”.

Questa è Martina. Questa è la sua storia. Questa è la sua infanzia rubata e la sua adolescenza turbata. Ma sicuramente con una volontà che la porta ad essere superiore ai suoi coetanei e a pensare già da grande. Il suo consiglio è comunque quello di sempre parlare del problema: il bullismo.

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