Hikikomori, 5 miti da sfatare e cosa bisogna sapere

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foto: Hikikomori Italia

Siamo sicuri che quello che sappiamo corrisponde alla verità? Chi sono realmente gli hikikomori? Tra falsi miti e definizioni sparpagliare sul web il fenomeno rischia di essere sottovalutato e giudicato frivolo. Stiamo parlando di adolescenti che volontariamente decidono di ritirarsi dalla vita sociale. Ma cosa fare?

Come prima cosa bisogna informarsi bene. Gli hikikomori non sono dipendenti da internet, l’uomo è più coinvolto rispetto alla donna e la fascia d’età maggiormente compromessa è dai 15 ai 30 anni. Alcune stime parlano di 30.000 casi in Italia, ma il dato non è attendibile. L’unica certezza, ad ogni modo, è che si tratta di un qualcosa di molto esteso e in grande crescita.

Il termine è stato inserito anche all’interno del Glossario, l’ABC dei comportamenti devianti online, istituito dal ministero della Giustizia con questa definizione:

“Hikikomori (comportamento deviante) Trad. Let: Stare in disparte; isolarsi. Gravissima forma di ritiro sociale, denominata nella società giapponese Hikikomori, che consiste nel rifiuto di uscire da casa, svolgere le normali attività quotidiane. In queste situazioni i ragazzi utilizzano internet come unico strumento per entrare in contatto con il mondo esterno”

Per capire esattamente cosa vuol dire essere hikikomori ho intervistato “Admin Hikikomori Italia”.

Uno degli aspetti che si evidenzia, come conseguenza dell’uso dei new media e del cyberbullismo in seguito, è il ritiro sociale, da parte dei giovani. In molti casi da qui a dare la definizione di Hikikomori il passo è breve.

Ritiro sociale equivale ad essere Hikikomori?

“No, perché ci sono possono essere infinite ragioni per cui una persona riduce i propri contatti sociali. Si può parlare di hikikomori solo quando non esistono cause di forza maggiore (quali malattie, dipendenze, fobie, ecc.) che spingono la persona a isolarsi, ovvero quando l’isolamento può essere considerato il frutto di una scelta personale”.

Qual è la definizione che date voi del termine? 

“In parole povere, “Hikikomori” è colui che decide di allontanarsi spontaneamente dalla vita sociale”.

“Utilizzando termini più tecnici, nel blog ho definito l’hikikomori “un meccanismo di difesa messo in atto come reazione alle eccessive pressioni di realizzazione sociale tipiche delle moderne società individualistiche”

per approfondire il concetto vi invito a leggere il post dal titolo Cos’è e cosa non è l’hikikomori.

Gli Hikikomori sono spesso additati in maniera negativa, cosa dite in difesa?

“È normale che gli hikikomori siamo giudicati in modo negativo se a farlo è la stessa società da loro ripudiata. Si comportano esattamente al contrario di come ci si aspetta: non sono interessati ad una carriera, non esaltano la propria vita sui social network, non hanno un partner, ecc”.

“Non ho niente da dire in loro difesa perché non penso abbiano bisogno di qualcuno che li difenda. Ciò che mi da fastidio sono i giudizi superficiali, quelli dati senza nemmeno sforzarsi di capire. Io non penso che gli hikikomori siano pazzi, tanto meno fannulloni. Io penso semplicemente che l’hikikomori sia una delle tante reazioni collaterali non previste della società moderna e dello stile di vita contemporaneo. Un qualcosa che va compreso e affrontato senza semplificazioni”.

Quali sono i miti da sfatare?

“Uno su tutti: gli hikikomori non sono dipendenti da internet. Il fenomeno in Giappone è esploso ben prima della diffusione del personal computer.

“Purtroppo i media che affrontano questo tema utilizzano il termine “hikikomori” come fosse un sinonimo di “dipendenza da internet” facendo della vera e propria malainformazione. Basterebbe una rapida ricerca sul web per capire che i due concetti sono completamente diversi”.

È evidente che un ragazzo isolato tutto il giorno nella propria stanza e con un computer come solo mezzo per comunicare all’esterno tenda a sviluppare un legame più o meno forte con esso, ma l’abuso di internet non è mai la causa dell’hikikomori, al massimo può essere una conseguenza

per approfondire questo tema delicato clicca qui

In Italia è possibile quantificare il fenomeno? E qual è la fascia d’età maggiormente coinvolta?

Alcune stime parlano di 30.000 casi nel nostro Paese, ma personalmente ritengo questo dato poco attendibile. La verità è che in Italia sono ancora in pochi a sapere cosa sia l’hikikomori, anche tra gli addetti ai lavori. Per questo motivo non ci sono state ancora ricerche abbastanza approfondite da essere in grado di effettuare un censimento realistico del fenomeno. Tuttavia, parlando con diversi psicologi e cooperative sociali, tutti hanno la netta sensazione che si tratti di un qualcosa di molto esteso e in grande crescita.

La fascia d’età maggiormente coinvolta è quella che va dai 15 ai 30 anni.

Sono più i maschi o le femmine?

Sono per il 90% maschi. Nella nostra società le pressioni di realizzazione sociale sono molto più forti per gli uomini rispetto alle donne. A tal proposito è nata un’interessante discussione sulla pagina Facebook di Hikikomori Italia e voglio riportare la risposta di una utente – Sunako Sato – che ho trovato particolarmente interessante:

“Io credo che sia considerata una cosa normale per una donna starsene chiusa in casa, è per questo che non viene neanche in mente di farne rientrare nella categoria. Socialmente è molto più accettabile.
Prima di tutto, perché alle donne viene data molta meno libertà fin dall’infanzia. Le bambine e le ragazze tendono ad essere più protette dai genitori rispetto ai maschi, che al contrario sono spinti ad uscire, a socializzare e ad avvicinarsi al sesso opposto.
Se un ragazzo non esce è considerato uno sfigato, se una ragazza non esce invece significa che è una con la testa a posto. E anche crescendo la situazione non cambia, è sempre l’uomo ad essere spinto a realizzarsi e ad avere una vita sociale attiva.
Mi viene in mente che una volta mi fecero una battuta:
«se un hikikomori è uno che se ne sta sempre chiuso in casa, allora di hikikomori donne, sposate, ne conosco a bizzeffe“.

Spesso si associa a depressione o disturbi psicologici dovuti a qualche trauma, è davvero così?

“Questo è un altro mito. Alcune ricerche hanno dimostrato l’esistenza di un “hikikomori primario”, ovvero un hikikomori che non è correlato a nessun’altra patologia e/o trauma. La depressione o disturbi psicologici di diverso tipo possono insorgere dopo un lungo periodo di isolamento, ma non sono la causa scatenante dell’hikikomori!.

E’ possibile tracciare un identikit?

“Esiste l’identikit dell’hikikomori giapponese: maschio primogenito, tra i 15 e i 30 anni, famiglia benestante, con una madre eccessivamente apprensiva e un padre spesso assente per motivi lavorativi”.

“La principale differenza esistente tra gli hikikomori italiani e quelli giapponesi sta nella relazione con genitori e parenti. In Giappone l’hikikomori tende a tagliare ogni legame, anche con la propria famiglia, mentre in Italia sembrerebbe che i giovani cerchino di isolarsi soprattutto dai coetanei, mantenendo, invece, un rapporto più o meno profondo con i propri genitori”.

“Dalla mia esperienza, vorrei aggiungere che l’hikikomori medio è un ragazzo molto intelligente, introspettivo e sensibile”.

Qual è la giornata tipo di un hikikomori?

“Impossibile rispondere a questa domanda senza ricadere nei soliti stereotipi. L’hikikomori spende semplicemente il suo tempo facendo quello che preferisce e, ovviamente, le nostre passioni non possono essere tutte uguali. È molto probabile che computer e videogames abbiano spesso un ruolo centrale, ma non è sicuramente una regola valida per tutti”.

Cosa fare? Bisogna intervenire? Come?

“Un genitore ha il diritto di intervenire se preoccupato per le sorti del proprio figlio, ma deve farlo con pazienza e rispetto. Prima di tutto è importante sforzarsi di capire quali siano le motivazioni più intime e profonde che spingono una persona a isolarsi. Ogni caso è allo stesso tempo simile e unico rispetto agli altri”.

“Se si decide di contattare uno specialista l’importante è che l’avvicinamento sia sempre graduale e mai invasivo. L’hikikomori non vuole essere “curato” perché sa di non essere malato. L’hikikomori accetta aiuto solamente quando si sente compreso e non giudicato per la sua scelta”.

Cosa dite ai genitori?

“Ai genitori che mi contattano dico che non devono affrontare tutto da soli. Spesso un figlio hikikomori può mettere in crisi l’intero nucleo familiare e generare conflitti anche tra gli altri membri”.

“Come detto, la prima cosa da fare per un genitore è non smettere mai di parlare con il proprio figlio, senza forzarlo nelle sue scelte, ma cercando di capire quali siano le reali motivazioni sottostanti. Dopodiché è possibile affrontare un percorso psicologico insieme, se lo si desidera”.

“Personalmente credo molto nell’aiuto via web. Un hikikomori spesso non vuol essere avvicinato e potrebbe reagire male anche ad un intervento a domicilio. Per questo motivo lo strumento più efficace e meno intrusivo in assoluto per entrare in contattato con un hikikomori rimane internet“.

“Uno dei miei progetti futuri è proprio quello di realizzare una chat che permetta un dialogo profondo e intimo con i ragazzi isolati senza la necessità di un incontro fisico, almeno non come primo step”.

“Al momento preferisco rimanere anonimo in quanto ritengo la mia identità irrilevante nel progetto che sto portando avanti. Desidero che Hikikomori Italia sia una comunità autogestita, autonoma e acentrica. In questo comunità io voglio ricoprire semplicemente il ruolo di moderatore e facilitatore, esponendo il mio punto di vista sul fenomeno, ma senza farlo diventare dominante”.

Vi anticipo che in futuro Hikikomori Italia potrebbe diventare un’associazione vera e propria, abbandonando la sua dimensione esclusivamente digitale. In quel caso rivelare pubblicamente la mia identità avrà un senso.

Admin Hikikomori Italia 

A Milano esiste la Cooperativa Sociale Onlus Hikikomori, un centro pronto ad aiutare tutti coloro che hanno bisogno di aiuto. Ricordare però di affidarvi sempre ad esperti e gente seria.

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2 pensieri su “Hikikomori, 5 miti da sfatare e cosa bisogna sapere

  1. io vorrei solo capire, non mi piace il termine aiutare ne tanto meno curare, ma capire se è una necessità dovuta ad un malessere o una scelta, credo che a 15 anni, età di mio figlio, definirla scelta è troppo vorrei essere d’aiuto non d’intralcio
    sono preoccupata non dico di no, anche perche il cambiamento è avvenuto in un paio di mesi .

    • Ciao, se vuoi posso metterti in contatto con il centro.
      Magari avrai modo di capire se le tue paure sono fondate oppure no.
      Teniamo conto che la fase adolescenziale è molto ermetica quindi non sempre l’atteggiamento
      del ragazzo o della ragazza corrisponde al fenomeno che noi adulti supponiamo.
      Grazie per avermi contatta e letto intreccio.eu
      Cetty

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